Capire se un gioiello è d’oro vero è una delle domande più comuni davanti a un regalo, un acquisto usato o un’eredità. Esistono controlli semplici che danno indizi utili, ma nessuno, da solo, dimostra il titolo di un oggetto. Questa guida li mette in ordine, dal punzone fino alle analisi di laboratorio. Per leggere i marchi, parti dalla guida ai punzoni su oro e argento.
Primo indizio: il punzone
Su un gioiello prodotto per il mercato italiano cerca due impronte: il titolo in millesimi (750, 585 o 375 per l’oro) dentro una figura geometrica e il marchio di identificazione con la stella, il numero dell’impresa e la sigla della provincia. Le guide all’oro 750 e all’oro 375 spiegano cosa significa ciascun numero.
Due avvertenze:
- La legge vieta i titoli sugli oggetti placcati. Sugli oggetti di metallo comune, anche se dorati, non si possono imprimere titoli in millesimi o in carati; il regolamento ammette solo diciture come «dorato», «placcato Au» o «laminato Au». Sigle estere come GP (in inglese) o GF (in inglese) indicano anch’esse un rivestimento.
- L’assenza del punzone non prova un falso. La Royal Mint ricorda che i marchi possono essere consumati, illeggibili o assenti su oggetti antichi o esteri; la legge italiana, inoltre, esonera dalla marchiatura gli oggetti sotto un grammo e quelli di antiquariato.
L’oro si attacca alla calamita?
No: l’oro non è magnetico. La Royal Mint lo usa come primo controllo, avvertendo però che superarlo dimostra poco, perché anche molti metalli che non sono oro non vengono attratti dalla calamita. Il test serve soprattutto a escludere qualcosa: ferro, nichel e cobalto sono ferromagnetici, quindi un’attrazione forte indica che sotto c’è un metallo comune.
Per farlo bene usa una calamita forte e avvicinala al corpo del gioiello, non alla chiusura: molle e fermagli possono contenere acciaio anche in un gioiello d’oro vero.
L’usura: dove guardare
Sui bordi, sulla chiusura e all’interno degli anelli lo strato superficiale si consuma per primo. Se lì compare un metallo di colore diverso, rossastro o grigio, può essere il segno di una placcatura, da far verificare.
C’è un’eccezione importante: l’oro bianco. Il GIA spiega che l’oro bianco viene spesso rivestito di rodio e che questo strato con il tempo si consuma. Un anello in oro bianco che diventa leggermente giallognolo non è per questo falso: va solo rodiato di nuovo.
Il peso: un indizio debole
L’oro è molto denso, 19,3 grammi per centimetro cubo secondo la Royal Society of Chemistry, e la Royal Mint osserva che spesso sembra più pesante di quanto ci si aspetti. Ma pesare un gioiello «a mano» non basta, e anche la misura della densità in casa, con acqua e bilancia, è poco affidabile: in uno studio del GIA su quattro metodi la densità è risultata il meno adatto per determinare il contenuto d’oro dei gioielli. Pietre, parti cave e saldature falsano il risultato.
La prova dell’orafo: pietra di paragone e acidi
Il metodo tradizionale dell’orafo è la pietra di paragone. Il GIA lo descrive così: si strofina il gioiello su una pietra scura, in un punto nascosto, accanto a strisce di riferimento di titolo noto, e poi si applicano acidi tarati per i diversi carati. L’acido che scioglie o non scioglie la striscia indica in che fascia si trova il titolo. Se si sospetta un metallo comune sotto la superficie, l’orafo può incidere un punto nascosto per raggiungere il metallo sottostante.
È un metodo rapido e quasi non distruttivo, ma non preciso, e richiede acidi da maneggiare con guanti, occhiali e un locale ventilato. Non è un test da fare in casa con kit acquistati online.
Analisi XRF e saggio di laboratorio
L’analisi a fluorescenza di raggi X (XRF) misura la composizione del metallo senza toccare né danneggiare il gioiello, come spiega la Royal Mint. Per risultati precisi il GIA indica come metodi scientifici l’XRF e il saggio a coppella (fire assay); la coppellazione è anche il metodo ufficiale previsto dal regolamento italiano per l’oro e lavora su un piccolo campione prelevato dall’oggetto. In uno studio del GIA nessun metodo è risultato infallibile: pietra di paragone, XRF e tester elettronici sono utili, ma con limiti.
In Italia la legge prevede che le Camere di commercio possano sottoporre a saggio, su richiesta degli interessati, i metalli e gli oggetti preziosi, e i laboratori che certificano il titolo devono essere abilitati dalle Camere di commercio.
Test casalinghi: cosa dicono e cosa rischiano
| Test | Cosa può dire | Rischio |
|---|---|---|
| Punzone | Il titolo dichiarato e chi ne risponde | Nessuno |
| Calamita | Esclude solo i metalli magnetici | Nessuno |
| Lente sull’usura | Può far sospettare una placcatura | Nessuno |
| Striscia su ceramica non smaltata | Poco affidabile | Graffia la superficie |
| Aceto o altri prodotti domestici | Risultati fuorvianti secondo la Royal Mint | Dà una falsa sicurezza |
| Morso | Nulla: anche altri metalli teneri si segnano | Ammacca il gioiello |
| Acidi comprati online | Solo una fascia, se usati bene | Ustioni e danni al pezzo |
La Royal Mint sconsiglia il test della ceramica sugli oggetti di valore affettivo o da collezione, proprio perché può graffiarli.
Quando rivolgersi a un professionista
Se devi vendere, dividere un’eredità o il pezzo sembra importante, fallo verificare da un orafo o da un laboratorio prima di decidere. Per capire che cosa determina il prezzo di un gioiello usato vedi la pagina sulla valutazione gioielli; per una prima lettura del punzone e del gioiello puoi riconoscere gioielli da foto. La guida corrispondente in inglese è how to tell if gold is real (in inglese).